Tu pensa se fosse stata una startup. Un hub (significa “fulcro”) di socialità. Un Hub-lab (sta per laboratorio). Una cosa di cui si possono misurare la produttività in eventi, attività, capacità di coinvolgimento e auto organizzazione dal basso, di diventare modello, di essere “attrattiva”, di rivitalizzare contenitori producendo contenuti. Un grande spazio di coworking (viene voglia di autarchia linguistica). Una cosa che fa star bene le persone che lo animano, lo arredano, lo rendono confortevole, accogliente, inclusivo (e pure questa è una parola bella). Non sarebbe una cosa da finanziare o almeno da sostenere? Di cosa si sta parlando? Dello Scurìa. Te lo ricordi?

Postfazione.

Via da Zara è morta. Il centro, da quelle parti, è ridiventato periferia. C’era lo Scurìa a fare luce. Al civico 11 c’era un centro sociale. Era aperto al quartiere, alla città, e affacciava direttamente sul mondo ospitando artisti, intellettuali, ragazzi di strada, artigiani, operai e scrittori. Quanti mesi sono passati? Era primavera quando chi occupava l’edificio, per mantenere la parola data, ha cominciato autonomamente a sgomberare, portando via ciò che aveva portato e realizzato, attrezzi da lavoro, biblioteca, palestra, sala di registrazione, perfino un orto. C’era tutto questo in via Da Zara 11. E funzionava. Al posto del centro sociale (la startup, l’hub-lab, un posto autogestito dove si organizzano cose che fanno sentire vive le persone e rendono viva una città) ora c’è niente. Non ci sono, soprattutto, i lavori che dovevano trasformare l’edificio di proprietà dell’Università di Foggia in una nuova struttura che migliorasse i servizi offerti dall’Ateneo. Tutto tace attorno al portone, ai suoi grandi lucchetti , ai murales che portano colore e memoria di una stagione più rumorosa e vitale. “La pubblica felicità” è un concetto antico che ha caratterizzato l’ingresso nella modernità. L’ho studiato in Storia Moderna. Oggi in via da Zara non c’è nulla di pubblico, poco o niente di felice, e non vi è traccia di modernità. Dopo che l’edificio è tornato a rimbombare di vuoto, qualche attività saltuaria dentro e attorno all’ex centro sociale c’è stata. La ditta a cui sono stati affidati i lavori ha valutato le condizioni statiche dell’edificio. I veri lavori, quelli destinati a cambiare il volto agli ex locali dello Scurìa, sarebbero dovuti iniziare “entro il 2016”. Il tempo corre, nel silenzio.

Le domande che possiamo porre e porci, purtroppo, sono le stesse di sempre. E non hanno nulla di moderno, anzi, ricalcano il triste canovaccio mandato a memoria delle speranze insabbiate, dei labirinti burocratici che offrono alibi e scappatoie, delle autorizzazioni che possiamo continuare ad aspettare come lo scudetto alla Fiorentina. Che fine ha fatto “il progetto”? E i fondi ottenuti per realizzarlo, in mancanza di realizzazione concreta? Il punto, però, è un altro. Il punto è via Da Zara, il centro che ritorna periferia, inghiottito da buio e silenzio, e quell’esperimento riuscito e moderno di spazio sociale aperto al quartiere e alla città, affacciato sul mondo, generatore di senso.

Il punto è proprio il senso. Qual è il senso di un’operazione che ha tolto qualcosa alla città invece di inventarne una nuova? Del progetto dell’Università non si sa poi molto. Una delle cose che dovrebbero nascere, e che avrebbe già dovuto cominciare a prendere forma, è una nuova biblioteca. C’era già una biblioteca in via da Zara civico 11. Era quella messa su dallo Scurìa, con tanto di sala lettura e spazio per i dibattiti, per le proiezioni. Si è parlato anche di nuovi uffici per l’Ateneo. Tutto, forse, di là da venire, chissà se poi per davvero, e se pure fosse chissà quando e con quale utilità per “la pubblica felicità”. Da grande, o anche da subito togliendosi le lenti che non fanno vedere bene da vicino, Foggia potrebbe scoprire che – ribaltando “auto pregiudizi” che nutre verso se stessa – l’esperimento dello Scurìa è un modello possibile di crescita e di trasformazione della città. Uno dei modelli possibili, uno dei fulcri (hub si diceva all’inizio…) che rimettono in circolo la linfa vitale di una comunità.

E se sentirlo chiamare “centro sociale” non ti suona bene, tu pensa se fosse una startup, un hub, un hub-lab, un grande spazio di coworking. Non sarebbe una cosa non dico da finanziare ma almeno da sostenere? Forse si, oppure no, quel che è certo è che via da Zara oggi è un portone chiuso che puzza di silenzio e rimbomba di vuoto, con qualche domanda in sospeso.

Francesco Quitadamo

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