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Foggia ai tempi del coronavirus

L’aria, soprattutto. Si respira un’aria fresca, pulita, priva dei fumi delle macchine. Quelle sono tutte parcheggiate, immobili, con le strade vuote come quando c’è una partita decisiva allo Zaccheria o un’Italia mondiale in televisione. E poi il silenzio, niente più clacson. Niente più gasteme e kitemmorti urlati dall’abitacolo o solo affioranti da mimica, labiale e mano obliqua (questa è una delle cose che mi mancano). Le strade e i marciapiedi sono puliti, tanto che riesci a distinguere le buche come fossero qualcosa di utile, tipo le tracce nelle storie di Tex o i simboli del linguaggio braille. Le buche sembrano fossili di un’epoca lontana, primitiva, quando le strade erano percorse da macchine di ogni tipo, alcune con targhe da motorino altre provenienti da un non meglio precisato est europeo. I bar e i barbieri sono chiusi. Questo è stato decisivo, da un lato, per togliere dalla strada decine, centinaia di vecchietti; dall’altro per costringere gli stessi a comprare il giornale, non potendo più lucrare sulla lettura aggratis davanti a un caffé o a una sforbiciata alla barba.

La paura e il contegno per il coronavirus hanno eliminato anche i già rari sputatori seriali, gli uomini-lama, quelli che – con rispetto parlando – espettoravano per strada. Mascherina o no, “n’s pod chiù sputà”. Al supermercato, dietro il banco macelleria, si discute con ironia della grande emergenza. L’unica, la sola capace di annientare tutte le altre emergenze di cui più nessuno ha memoria. Non si parla di immigrati. Sembrano passati secoli dal servizio delle Iene e dal citofono di Salvini. A dare continuità tra le epoche AC (Ante-corona) e DC (dopo-corona) ci sono i panifici. Quelli restano aperti, anche in tempo di guerra. Nessuno tenta di passare avanti quando è in fila. Si scopre, insomma, che Foggia è una città migliore. Una città che può. Può essere più pulita, meno caotica. Può respirare aria migliore. Può decidere di essere più disciplinata. Può avere più rispetto di se stessa. Magari sarà utile ricordarsene, quando ci libereremo del coronavirus.

Francesco Quitadamo

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