FOGGIA – Una delle volte che Matteo Renzi venne da queste parti, lo fece in concomitanza con una partita del Foggia. Loro in quella occasione non lo contestarono, fecero di più: in prossimità di una storica sezione cittadina del Pd, comparve una scritta: “Per qualsiasi cosa, siamo allo stadio”. Ecco, loro sono quelli dello Jacob, e quel gesto dice alcune cose rilevanti sul chi sono, come la pensano, quale sia il modo in cui vivono la città lasciandovi tracce di azione e pensiero. Di stile, anche.

“Il primo ottobre del 2003 nasce ufficialmente lo Jacob. Laboratorio politico, come arditamente si decide di definirlo”. “Lo Jacob è ancora lì. Ha accolto, organizzato, costruito. Ha allontanato, sprecato, distrutto. Ha generato, sperperato. Jacobino, dalle nostre parti, è aggettivo qualificativo. Indica una propensione, prima ancora che un’appartenenza. E’ la tendenza ideologica di chi si batte in prima persona, di chi si impegna a fare comunità”.

La tendenza ideologica è quella di chi si definisce “comunista”. Chiaro, le definizioni lasciano sempre un campo scoperto, in questo caso il “campo”, o una parte di esso, è quello della sinistra antagonista.

Il virgolettato in grassetto è tratto da “Attraverso questo mare di cemento”, il libro dato alle stampe a maggio 2019 dal Laboratorio Politico Jacob. Non è un “libro-bilancio”. Non è fatto di pagine autoreferenziali o celebrative sul “chi siamo stati” e il “chi siamo”. E’ un volume “estroverso”, come estroverso è il rapporto che quelli dello Jacob hanno con Foggia. Apertura, sperimentazione creativa, coinvolgimento sociale dal basso nella vita dei quartieri, con orizzonti che guardano e agiscono anche oltre le mura e i muri della città. Quei muri che, anche dentro al libro, sono raccontati come spazio di comunicazione e realtà di strada, oggetto di scontro e confronto. Non c’è un “indice dei nomi” nel volume, ma nelle sue pagine trovano spazio considerazioni su molte personalità politiche tra quelle che dominano la scena. Alcune pagine sono dedicate, con ammirazione, a un Giuseppe Di Vittorio molto diverso dalla classica rappresentazione del grande sindacalista cerignolano. Sono pagine che non risparmiano critiche alla sinistra che siede in Parlamento. Un intero capitolo è incentrato sulla cultura pop e la forza di un modo di comunicare evocativo, immediatamente comprensibile, potente. Potenza, fascino e lotta sono gli altri elementi che compongono un quadro lasciato incompleto, con i puntini di sospensione che rimandano a quello che sta già accadendo e va succedendo, nelle dinamiche per nulla chiarite e per niente consapevoli tra le mutazioni genetiche causate dai social network e la risposta ancora debole all’orrore della disumanità che sembra prevalere e farsi modello.

Francesco Quitadamo 

PS. Nel libro, alcune pagine sono dedicate all’esperienza dello Scurìa, il centro sociale di via da Zara che oggi non c’è più. Anche quella storia è parte (centrale all’interno del libro) dell’esperienza jacobina. Di quella storia ci siamo occupati, anche recentemente, qui ne trovate traccia: FOGGIA, VIA DA ZARA E’ MORTA

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